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Una multipla grigia nella pioggia (vecchio racconto di Rantegusu)

 

C'è una pellicola che rappresenta bene la società  italiana uscita dalle miserie della guerra e non ancora entrata nel pieno del boom economico, si tratta di “Poveri ma belli” di Dino Risi.
Anche la Sampdoria è stata povera ma bella, parlo della Sampdoria ventenne di Fulvio Bernardini e poi di Heriberto Herrera, Vincenzi e Corsini. Anche noi blucerchiati, per la proprietà transitiva, fummo altrettanto belli ed ingenui.
Quegli anni corrispondono al periodo compreso tra la fine della mia infanzia ed il pieno della mia adolescenza. Così, tutte le volte che le giornate si fanno buie e piovose, mi viene in mente che...


...partivamo da piazza Mario Conti verso le 12 e 30, d'inverno. Zio era un grande intenditore d'auto ma possedeva anche una Multipla grigia alla quale era molto affezionato, era un'auto abbastanza buffa , per dirne una, la ruota di scorta stava sotto il cruscotto sul lato passeggero, ma rivoluzionaria nelle linee e nella concezione (fu il primo monovolume) quando comparve sul mercato alla metà degli anni '50.
Pioveva (eh sì! perché nei miei ricordi, quei viaggi verso lo stadio, sono sempre accompagnati dal freddo e dalla pioggia) ed i tergicristalli battevano ritmicamente lamentandosi.
Dopo esserci lasciati alle spalle i gasometri e le torri rugginose dell'Italsider attraversavamo lentamente mezza città che non ostentava i “grattacieli” della Fiumara o di via di Francia, ma l'ancor fresca ferita del crollo di via Digione. Rasentavamo l'allora  grigio Palazzo S.Giorgio che fronteggiava un porto recintato e cupo come una fabbrica, privo delle scatole colorate dei containers, sovrapposti come mattoncini del Lego, senza Bighi, né locali della movida o multisale cinematografiche. La formazione da stadio era sempre la stessa io, il nonno, lo zio e mio cugino, possessore di una Mini rossa sulla quale si viaggiava più velocemente ma non con maggiore comodità. Io, comunque, preferivo la Multipla che nei primi anni '70 era utilizzata dagli spegazzini quale capiente furgoncino, ma grigia era ancora in dotazione alla........beh! questa ve la racconto.

 

Una domenica (credo per un Samp-Inter) rinunciamo al pranzo domenicale ed anticipiamo l'orario della partenza. A metà strada dallo stadio, zio vede un panificio-pasticceria aperto e propone: “Ce la mangiamo un po' di focaccia alla veloce?” Detto, fatto, “inchioda” la Multipla di fronte al negozio e scendiamo in quattro, impermeabili S.Giorgio blu e marroncini, cravattini scuri del dì della festa (io seppur ragazzino ero lungagnone e, soprattutto, con l'ombra della barba a segnare il volto). Zio, occhialini tondi e coppola di tela cerata dell'impermeabile calzata fino alle orecchie, ordina: “Otto etti di focaccia, per piacere!” Colgo lo sguardo smarrito della negoziante che balbetta: “Ma...è di ieri...forse è un po' secca!” “Megiu- risponde lo zio – secca ci  piace di più” La signora scansa la commessa, fa due tagli a croce sulla focaccia nella teglia e la pesa: “Beh! E' più di un chilo, mi son sbagliata, pazienza, colpa mia – e fa per ridere – paghi solo gli otto etti – dice, riuscendo a cavare un sorriso tirato – Prendano magari anche due pezzi di pizza che invece è bella calda. Li assaggino. Glieli offro io!” Zio, facile a perdere la pazienza, stranamente si contiene e ribatte secco: “Mi dia solo otto etti di focaccia. La pizza non la voglio.” Non aveva ancora finito di parlare che la signora si era già precipitata verso i pasticcini: “E' domenica, si prendano due paste da portare a casa. Gliele offro di cuore...” A quel punto lo zio: “Mi darebbe PER FAVORE otto belin di etti di FOCACCIA, SCIGNUA!” e quella, rivolgendosi a mio cugino: “Perché mi fate i cattivi? Glielo dica lei al maresciallo!”...Insomma: quattro uomini, impermeabili, cravattino scuro, Multipla  grigia...ci aveva presi per la TRIBUTARIA.
 

Una volta arrivati in corso Sardegna, zio, di solito, iniziava a cercare parcheggio, ma prima di entrare allo stadio vi era il rito dell'ammazzacaffè, grappino o brandy a seconda degli umori.

Mano a mano che ci si avvicinava, l'emozione cominciava a crescere nello stomaco, ci si inseriva nella fiumana bella dei tifosi e, anche senza vederlo, lo stadio lo sentivi, perché risuonava di trombe e tamburi (quel suono naturale commisurabile allo scroscio della cascata o al sibilo del vento, quel suono scomparso dallo stadio moderno, ma che ritorna nei ricordi e nei sogni di chi lo ha ascoltato).
Eravamo tutti abbonati nei Distinti, luogo di misticanza di classi e tifoserie, settore, per dirla con Govi, “mezzo nobile e mezzo ignobile”.
Salendo le scalette che portavano alle gradinate, ti capitava di vedere i giocatori fare riscaldamento in quella specie di intercapedine compresa tra il muro di recinzione ed i fondi della struttura, segno inequivocabile di una certa “povertà”, ma noi eravamo orgogliosi del nostro Stadio, amavamo il verde smagliante del rettangolo di gioco dall'evidente schiena d'asino, i posti popolari a gradinate (e non curve) che ne datavano le linee e ne sottolineavano l'uso esclusivo. Marassi era una sorta di antico tempio dedicato alla remota divinità Duballùn, una cattedrale del calcio che la domenica si vestiva dei nostri “paramenti” e colori (gli striscioni confezionati nelle cucine, le enormi sciarpe di lana “Gatto” sferruzzate dalle mamme e dalle nonne).

 

Era una cattedrale e al tempo stesso un teatro, e quando pioveva si aprivano i paracqua neri, mentre la gente cantava sotto gli ombrelli come in un gigantesco musical. Talvolta il maltempo arrivava improvviso e i più previdenti tiravano fuori dalle tasche le buste con il “Senonpiovepioverà”, l'impermeabile di plastica trasparente col cappuccio, oggettino che usavano i più eleganti e moderni rispetto a quelli che infilavano direttamente sulla testa, alla garibaldina, i sacchetti della SMA  o del macellaio.
 

Era il tempo degli “Atti degli Apostoli” del tifo doriano. Dopo quasi vent’anni di imprese della giovane squadra, senza una forte guida come quella del presidente Ravano, noi blucerchiati ci eravamo dovuti arrangiare, organizzare come le prime comunità cristiane (e a ben pensare vi era qualcosa di evangelico, a fine partita, nel lento movimento di raccolta degli striscioni madidi di pioggia, salpati faticosamente come reti oltre le ringhiere o i muretti, manco si fosse stati su di una barca nel lago di Tiberiade). E gli “apostoli del tifo” in quegli anni erano in mezzo a noi....Beppe Andreotti con il suo megafono, Caterina Mura, il tamburino Damiano, Gloriano Mugnaini (il medico dei poveri, che riassumeva nella sua maschera dolente le caratteristiche del tifoso di allora che non si divertiva se non soffriva). Gli Ultras Tito, poi, erano “bambini” ma i loro simboli ed il loro linguaggio (così diverso da “Olio, petrolio ed acqua minerale, per batter la Sampdoria ci vuol la Nazionale”) prefiguravano già un modo “differente” di vivere il tifo ed il tempo nuovo di un decennio arrabbiato.
 

Nei Distinti, in quegli anni, ci si conosceva tutti, in quanto facenti parte della medesima grande famiglia anche se, forse, nessuno si era mai presentato. Talvolta, soprattutto in queste giornate di pioggia che stimolano i ricordi mi chiedo dove siano finiti alcuni di loro, come la coppia (mamma e figlia) sempre presenti e dall'abbigliamento inappuntabile. Della giovinotta più che ventenne, una morona fuori portata per un ragazzino come io ero allora, conservo, però, ancora  l'indelebile immagine in mini cappotto rosa confetto e stivaloni neri lucenti alla moschettiera.
E dove sei finito “esperto” che avevi ingoiato il manuale con le regole del giuoco del calcio e ad ogni controversia nel corso della gara, citavi, dirimevi, disquisivi a voce alta, tanto da meritarti il soprannome di “avvocato” (o lo eri davvero?).
E dove sei tu,  posizionato sui gradoni più bassi e vicini alla Sud, che contestavi ogni decisione arbitrale a nostro sfavore, che davi del criminale a tutti i giocatori avversari. Il tuo era un sostegno acritico e viscerale che non teneva conto della realtà dei fatti. Eri in grado di negare l'evidenza se questa cozzava con l'interesse della Sampdoria. Grande “Bastian contrario”, in quanto capace, in occasione di un fallo “solare”, subìto da uno dei nostri nell'area avversaria, di alzarti, mentre l'intero stadio ribolliva di sdegno per il rigore non concesso, e, girandoti a destra e a manca, ripetere, mentre il povero blucerchiato rantolava con il calzettone insanguinato: “No! Diciamo la verità, si è buttato!”  Proprio tu che ci avevi sfranto le gonadi per campionati interi, nel momento in cui era evidente il torto e che avresti avuto finalmente ragione da vendere, ripetevi con un faccino sussiegoso: “No!
Figgieu dimmu a veitè, u nu l'à tuccou”! Dove sei straordinario “Bastian contrario”? fulcro di tutti i miei racconti di stadio negli anni successivi.
E dove siete insultatori professionisti, capaci di una tempistica da cecchini per cogliere l'attimo di silenzio  totale di uno stadio, per emettere un “A  MERDAAA!!!” della stessa potenza del “Vincerò” pavarottiano che scuoteva dalle fondamenta la vecchia struttura, lasciando quasi un sentore di ozono come dopo la caduta di un fulmine. E dove sei orgoglioso antifascista che eri solito apostrofare l'arbitro con un'offesa d'antan, quel “Figgiu de unn-a Petacci!!!” indissolubilmente legato agli umori dell'allora non troppo lontano dopoguerra.
E poi, dove sei tu, ombroso giovanotto dai voluminosi bicipiti, tu che ti aggiravi per i gradoni rabbioso e silente come una tigre, tu che non urlavi, non imprecavi, ma, in caso di rissa, eri il primo a precipitarti nel mezzo per stendere i malcapitati con pugni tirati da vero professionista. Ricordo che, dopo una trasferta in Veneto (Verona, Vicenza, chissà?), ti presentasti a Marassi con un vistoso cerotto sullo zigomo. Occhi gelidi, espressione tosta con quel cerotto ostentato come avrebbe fatto uno studente prussiano con la cicatrice della Mensur (il duello rituale finalizzato a dimostrare il proprio coraggio) ti muovevi tra la folla seguito dall'aura di racconti leggendari sugli scontri ingaggiati in quelle lontane province: “Ean vinti e lè u se ghe asbriòu da sulu!”
E voi carabinierotti di leva dove siete finiti? Voi che prendevate posto nel parterre dei distinti a ridosso della griglia, accolti dai fischi, per quell'armamentario antisommossa così incongruo: fucile, tascapane, maschera antigas, ma che, sotto la visiera, mostravate occhi da ragazzini. Fra voi c'erano quelli con baffi e sopracciglia unite, proprio come tanti Tiberio Murgia (l'attore che incarnava lo stereotipo del siciliano in tanti filmetti d'epoca) ed altri che avevano facce da bambini e sguardi cerulei ed innocenti come l'innamorato veneto di Gina Lollobrigida in “Pane , amore e fantasia”. Di tanto in tanto, ricordo, vi guardavate intorno stupiti, forse un po' spaventati, come quello che, per bloccare un maturo signore che, con radiolina a pile a tracolla con filo ed auricolare bianco regolamentare, si avvicinava imprecando al guardalinee, tolse il fucile di spalla e glielo puntò contro. Ricordo gli attimi di tensione che seguirono e poi l'uomo con la radio che sbottava in un “Bambin! Nu sta a rumpì u belìn!” seguito da una manata sulla canna del  fucile che si alzò come la sbarra di un passaggio a livello, consentendo all'uomo di arrivare  a farsi ben ascoltare dal tizio con la bandierina, mentre il ragazzo in divisa, con quel ferrovecchio in mano, non sapeva più dove nascondersi.
E dove siete voi quattro playboys dei Distinti che indossavate attillati completi blu o crema e, a seconda delle stagioni, cravattone colorate dal nodo enorme o camicia aperta sul petto per lasciare in vista la catenazza d'oro, ray ban, stivaletti, voi dall'espressione vissuta e malandrina, equamente divisi nel vostro interesse per il rettangolo di gioco e gli spalti, setacciati alla ricerca di belle figliole. A me ragazzino facevate sognare le libertà dell'età adulta, la cabrio che certamente vi attendeva per partire alla volta delle Riviere, i whiskacci consumati in peccaminose atmosfere da night. A voi mi riconduce uno dei ricordi più recenti relativo a quel periodo. Era il 10 febbraio 1974 e la Samp (che navigava sempre nelle parti basse della classifica) incontrava la Lazio campione d'Italia, segnò Maraschi e, contro tutte le previsioni, vincemmo. Al termine della partita, nel bel mezzo del tripudio generale, i quattro discesero nel parterre con schiuma, rasoio ed asciugamano ed  il barbuto del gruppo sciolse il proprio voto facendosi radere completamente. Chi potrebbe, oggi, entrare tranquillamente in uno stadio non dico con un  rasoio ma con una bomboletta?! (O vi sarebbe qualche problema anche per l'asciugamano?)


Ed è un ricordo questo che conclude anche un'epoca, quella ingenua della "domenica della brava gente" e della mia età dell'innocenza che sbocciò nella vita adulta e nel mio arrivo in quella Sud di fine anni settanta percorsa da umori ricchi ma anche solforosi.
Per questo, quando cade la pioggia, penso alla Multipla grigia e mi chiedo innanzitutto dove lei sia finita. Se, dopo lo sfasciacarrozze, ha avuto il karma positivo delle lamiere ed oggi si nasconde lietamente nei ricchi fianchi di una Mercedes (forse che la Sampdoria coeva non si è rigenerata due decenni dopo in una fuoriserie?) oppure continua simbolicamente il suo percorso verso quello stadio che non c'è più ma che risuona di trombe e di tamburi e brilla di bandiere e striscioni.

Uno stadio che assomiglia all' Isola che non c'è,  nel quale, però, noi ci siamo proprio tutti: quelli presenti allora, nessuno escluso, come in un affresco rinascimentale che riunisce la folla di un'intera città, nobili e popolani, vecchi e giovani, intorno ad una scena mistica che, nel nostro caso, rappresenta quel gioco e quei colori che ci hanno fatto innamorare.

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