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amintore

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Everything posted by amintore

  1. Cara, ti rimando - al netto dell'epiteto, per carità - al mio messaggio delle 15:24 👾 Se avessi letto, avresti compreso i contorni della disputa ...........
  2. Detto che al belino ti ci attacchi tu per abitudine e passione... Ti ci sei attaccato tu di nuovo, siccome a forza di menarla con l'amico Bevilacqua ci avete dato un taglio col reducismo... Che c'avete la sindrome del Vietnam!! 🗣️
  3. Comunque tranquilli, Quaquaquà, l'ideologo degli ultrà, non lo batterei nemmeno con un fiore. Rantegusu è fuori concorso; può tutto
  4. Esistono dei programmi per scansire pagine stampate per ricavarne il testo... Banda di antiferreriani trogloditi
  5. Ma è la prima parte E comunque, cotanto pezzo di letteratura meritava di essere diffuso anche ad una platea di caproni illetteratI tipo Labbro
  6. COMUNICATO N° 74 della Brigata "Massimo Ferrero" 2018, sullo stato d'attuazione del programma annuale 2021 Quest'oggi, all'ora del desinare, in un'oleosa e spaventevole osteria del quartiere di San Fruttuoso, là Dove Tutto Ebbe Inizio, si sono riuniti cinque apicali figuri della nostra Brigata - fra loro, due amministratori, un moderatore nonché un ex moderatore di codesto Foro spettabile. Forniamo come al solito, ad iscritti e simpatizzanti -e con la collaborazione di Alberto Bevilacqua-, una breve rappresentazione dattilografata di questa riunione, che ha rappresentato un passaggio decisivo lungo la via dell'attuazione del ferrerismo nella nostra città e nel mondo intero. (L'utilizzo degli pseudonimi non deve ingannare: sarà facile, ad esempio, riconoscere il moderatore nello spagnolo Josè e l'ex moderatore nella vecchia Amelia; ma suvvia, non ci sia permesso di proseguire oltre. Spazio alla cronaca) +++++ Josè spediva una cartolina da Madrid, ogni anno, quando cominciava la bella stagione. Bordino si trovava tra le mani quelle vedute traslucide delle «Bodegas» o di «Plaza Mayor» e allora smaniava, batteva il suo bastone pesante come uno zoccolo di cavallo, e non si riusciva a tenerlo fermo, a convincerlo che era inutile agitarsi. Sul retro delle cartoline stava scritto: «Arriverò fra tre giorni. Venitemi a prendere alla stazione. Saluti. Josè». Poche righe che avevano il potere di mettere in agitazione tutta la casa, perché Bordino, contagiando anche gli altri, suscitava reazioni e impazienze che crescevano con il passare dei giorni. Ogni anno, di conseguenza, si rimetteva in discussione la personalità dello strano amico di Bordino. Mia madre non voleva sentire ragioni e diceva: «È un pazzo!», aggiungendo che Josè s’era fatto ricco non tanto – come sosteneva lui – vendendo il chorizo quanto taglieggiando opportunamente la povera gente. «Non è vero, sono chiacchiere infami!», reagiva Ailè, secondo il quale Josè era al contrario un puro idealista, il quale scontava anche con quelle maldicenze il fatto d’esser andato sempre contro corrente, quando ce n’era stato bisogno. Ma la verità, forse, stava tra le due tesi. Avventuriero, in effetti, il falso spagnolo lo era o meglio lo era stato. Bastava fissarlo in quegli occhi sotto le palpebre sfatte, dove la luce stava in agguato, sempre sospettosa, per afferrarne la diffidenza e il turbolento passato. Romagnolo accanito, anarchico ma egoista, antifascista ma dittatore in ogni decisione della sua vita, Josè era partito a trent’anni per la guerra di Spagna, contro Franco, e in Spagna era rimasto, cambiandosi persino il nome, a dispetto delle minacce e delle rappresaglie. «Alla fine, che differenza fa?» diceva. «La Spagna è come l’Emilia, come la Romagna… Lo stesso sangue, la stessa gente, la stessa poesia». Insomma, l’imminente arrivo di Josè risvegliava Bordino che, nelle ore più strane, dai punti della casa in cui si trovava, trascinato dalla sua felicità alterata dalla malattia, attaccava con il «cante liviano» che il romagnolo in tanti anni gli aveva insegnato. Un tonfo sul pavimento, un colpo di bastone e: «Neanche il Santo Padre in Roma… farebbe quello che ho fatto… dormire con te una notte… senza toccarti affatto…», gridava con la sua voce disarticolata. Poi si udivano i suoi passi via dalla terrazza verso l’interno, e la sua canzone riprendere di là, ancora più veemente: «Quando entri in una chiesa… mettiti un velo sul viso… che i santi, anche se santi… non lascino il Paradiso…». Alzavano gli occhi tutti, nella cucina, seguendo lo spostarsi di quella cantilena per le camere, come si può cercare il volo di una mosca. Bordino cantava e camminava, finché non lo interrompeva, più cupo degli altri, il solito tonfo conclusivo, seguito dal rotolare del bastone sul pavimento. Allora riabbassavamo gli occhi e mandavamo un sospiro. Dopo essere passato di stanza in stanza, dopo aver ribaltato seggiole, urtato negli armadi, Bordino, venendogli meno d’improvviso le forze, cadeva com’era destino, senza più trovare il modo di rialzarsi. Mi guardavano e mi facevano segno con la testa. Allora io correvo su e gli davo la caccia per i corridoi dove scendeva l’odore del grano ammassato nei cameroni di sopra. Ma finalmente arrivava il giorno fissato. Bordino si alzava all’alba, svegliava la casa con le sue lamentose bestemmie. Ripulito e rivestito, con cravatta e cappello, veniva spinto in strada. Ailè gli camminava dietro, a distanza per non umiliare quel suo passo cadenzato e ansioso, tenuto a filo dei muri («Ma cosa mi venite dietro a fare?» gridava. «Vado da solo. Non ho bisogno di nessuno, io!»). Arrivato alla stazione, si sedeva sulla panca accanto al binario, senza muoversi, finché non vedeva arrivare il diretto. Allora scattava in piedi, sforzandosi di apparire meno vecchio, con la testa dritta, come se guardasse le nuvole. Josè buttava dallo sportello le sue numerose valigie e il suo ombrello, quindi scendeva con cautela e una volta a terra spalancava le braccia. Bordino scivolava dentro quell’abbraccio e si stringeva con tutte le forze al corpo gigantesco dell’amico. Reggendolo, Josè veniva avanti e rideva, intanto che i facchino gli rubavano le valigie dalle mani, approfittando della sua aria da arricchito straniero. Ailè rompeva il ghiaccio: «E Franco? E la Spagna?» chiedeva, mentre Bordino approvava le domande. Josè trascinava i due amici verso l’uscita, scuotendo la testa. «Merda!» rispondeva. «Sempre la solita merda!… Franco è un brutto tiranno proprio perché non si vede. Se facesse togliere i segni della falange, nessuno direbbe che c’è. E invece c’è, e come, e quel che è peggio puzza di prete». Bordino lo rincorreva. «E quanto a donne…» proseguiva Josè, e si voltava a cercare le spalle del suo vecchio compagno, per batterle con la mano. «Eh, Bordino… eccoci qua, pronti come una volta». Arrivava sul piazzale, respirava l’aria della città. «Ah, che bel cielo basso, che luce», diceva. Ma poi si zittiva di colpo. Guardava Bordino e Ailè con disappunto, e gli occhi gli si spegnevano tra le ciglia con un tic che s’era buscato in guerra. Si ricordava improvvisamente di qualcosa. Bordino intuiva e ritraeva la testa nelle spalle, evitando di ricambiare lo sguardo. Lasciava ad Ailè il compito di rispondere, quando Josè chiedeva: «Smagrisce?». Ailè sapeva a chi voleva alludere, per questo anche lui esitava prima di rispondere: «Un poco…». «E come sta?» E Ailè: «Tu lo capisci, Giuseppe, ogni anno che passa, per una donna della sua età… Ma il punto è che si regge bene in piedi, e vedessi come». Josè sospirava: «L’avete avvisata?». «Sì, sì, ci aspetta», si affrettava a rispondere Bordino. «A casa sua, come gli altri anni». «Ma come, ancora in quella casa che sembra una cantina?» chiedeva sorpreso Josè. «Ma se l’anno scorso aveva lo sfratto…». «Misteri della Provvidenza» esclamava Ailè, allargando le braccia. Il romagnolo si incamminava attraverso il piazzale; si avvicinava a un banco di fiorista e ordinava un mazzo di garofani. «Quanti erano l’anno scorso?» chiedeva ad Ailè, e Ailè, senza esitare: «Diciannove, Josè… Uno per ogni anno. Con questo sono venti». «E allora venti. Come passa il tempo. Una vita sparita così, come soffiata». Lasciate le valigie al bagagliaio, si incamminavano verso il cuore della città e, mentre Josè apriva la fila con il mazzo sanguigno buttato senza grazia sulla spalla e con Bordino che gli si attaccava al braccio libero, Ailè pensava alla storia che conduceva ogni anno quel «bandito nostalgico» – come lo chiamava mia madre – a tornare a Parma, a rivedere la città, rione per rione, a riabbracciare Bordino e, soprattutto, a visitare come un luogo consacrato la casa di Amelia Sampieri, ormai prossima alla morte. La collina che domina Barcellona, a picco su di un mare scialbo, è una collina cimiteriale; nell’intrico di piante gialle e verdi che a gironi folti avvolgono la sua cima, ci sono le bianche cappelle dei nobili della città, grandi come ville, e le lapidi piccole come pietre miliari, piantate sulle sepolture dei poveri. Su una di queste lapidi sta scritto: «Deputato italiano antifascista morto per la libertà della Spagna». Ma l’iscrizione è quasi totalmente cancellata e c’è chi passa, molto spesso, a lordarla e ad offenderla. Guido è sepolto lassù, tra le tombe degli scaricatori della Puerta de Sol. Dal ’38, soltanto Josè sale a strappar via le erbacce e a ripulire il marmo dalle brutture sparse nottetempo, con metodica ostinazione, ancora oggi. Josè si siede sul bordo di marmo e piange ogni volta. Ha la pistola carica infilata nella giubba, ma non gli è mai capitato di cogliere sul fatto gli oltraggiatori. Quando si è sfogato, con il senso di solitudine di un bambino, si mette a pensare guardando la riga bianca del mare tra gli speroni della collina. Ricorda i suoi anni giovani e la morte del suo compagno. Guido è morto attaccando El Matoral, spingendo i volontari del Battaglione Garibaldi verso Aragosa e il Cerro de L’Aguila: la pallottola di un franchista, precisa sopra la sua bocca, lo ha fatto rotolare giù dalla discesa, ai piedi di Josè e tra le divise dei polacchi della Dombrowski, a posizione quasi conquistata. Josè se lo ricorda ancora caldo fra le mani – quell’osso sanguigno sotto l’occhio tumefatto – e quando pensa che lo si poteva salvare, soltanto che ci fosse stato un dottore, lì, pronto in quel battaglione di disperati, che Guido potrebbe essere ancora vivo, stringe i pugni, gridando: «Maledetta Spagna!», sotto quel cielo silenzioso di pini asserragliati, facendo voltare di scatto le teste velate delle donne in preghiera. «Guido» dice, «Guido…» e scende per il sentiero che porta in città, con la mole sconfortata del suo corpo da brigante che non sa tenere la strada, parlando, farneticando, con l’immagine di Guido giovane che vide per la prima volta sotto la pensilina della stazione di Albacete, la mattina che vi arrivarono i trecento volontari italiani, tra le sporche e sospettose case di una città dove mancava tutto: l’acqua, gli alloggi, le armi. Guido era giunto ad Albacete qualche tempo prima, come un fuggiasco, dopo essere stato costretto a lasciare per sempre l’Italia e la sua città, con quel poco di vita che era riuscito a rimettere in piedi (l’Amelia l’aveva visto partire con lo sguardo dei giorni migliori, a dispetto di tutto; sotto il berretto buttato alla menefrego, una luce come per dire: “Vedrai, ce la faremo. Passerà anche questa, come son passate le altre”. Tra gli amici silenziosi, raggruppati in un angolo con la gola chiusa, intorno a Bordino, Guido era salito nel vagone gridando «a presto», e quando s’era alzato il fischio e il treno aveva dato il primo strappo lei, per non vederlo andar via, nonostante che gli altri la chiamassero, s’era incamminata giù per il sottopassaggio, rasente il muro come se la colpa fosse stata sua). Nella caserma di Albacete, Guido s’era trovato di fronte Josè e, seduto al suo tavolo di comando, l’aveva scrutato con sospetto: «Ti chiami?». «Giuseppe Ricasoli, comandante». «Dimmi perché sei voluto venire in Spagna. Perché ci credi?». Giuseppe aveva piegato la testa in un certo modo, ci aveva pensato, poi con un’alzata di spalle s’era dichiarato qual era. «Se ti dicessi che sono stato sempre un’anima santa di comunista» aveva detto, «mi abbracceresti, e invece no» e aveva confessato che da Forlì, la sua città, l’avevano costretto a scappare a causa di certi imbrogli in cui aveva coinvolto persone in vista. «Ma anche a lui, al Mussolini» aveva concluso, «quand’era come me e te, e non stava giù a Roma, io, il Giuseppe Ricasoli, gli ho dato certe fregature, madonna!», e stringeva il pugno folto di peli rossicci. «Certe umiliazioni a quella testa di contadino che se le ricorda ancora oggi, anche se è duce». La franchezza di Josè aveva divertito Guido, ed erano diventati amici, due amici diversi di carattere: lui, il romagnolo, con quel suo modo di vivere tutto sangue, sorda astuzia, e l’altro al contrario fedele alla sua malinconia, al suo bisogno di meditare sulle cose, prima di deciderle e di viverle. In un inverno freddissimo, c’era stata l’attesa nelle caserme di El Pardo, con l’arrivo delle brigate francesi, inglesi, slave (quei fuggiaschi che giungevano attraverso le pianure, lucidi di brina e di cartucce), con gli Junker e i Caproni dell’esercito falangista che passavano via trascinando le loro ombre traballanti sulla neve delle colline, mentre, tra una fiammata e l’altra delle esplosioni che davano unghiate nel terriccio, nelle pause di un silenzio senza vita, s’alzava il canto con il quale gli spagnoli sparsi nelle case come tane, gridavano il loro giudizio tremendo e rassegnato contro quella guerra, quell’attesa di morte. E dopo El Pardo, la battaglia di Boadilla, i paseos di Madrid con i morti trascinati che lasciavano strisce di sangue per le strade. Poi, nelle prime luci di un’alba, la corsa su per la salita di El Matoral… «Vai a Parma» aveva mormorato Guido, con la testa insanguinata tra le ginocchia di Josè, «e dille, all’Amelia, che aveva ragione lei… che la politica… che dovevo starle più vicino, e mi dispiace. Alla fine di tutto, non mi sento che solo», e Josè s’era visto bagnare di sangue le mani e i calzoni, mentre gli aerei gremivano il cielo e i polacchi della Dombrowski continuavano a salire, a morire, a rotolare giù a ondate. Per questo Josè scendeva a Parma ad ogni inizio di buona stagione. Ogni primavera, dal ’38, il solito rito, senza varianti: Bordino e Ailè che lo aspettavano alla stazione, i facchini che lo rincorrevano per portargli le valigie, lui che comprava i garofani per l’Amelia e poi, attraverso la città, lui che arrivava in Oltretorrente, con gli accompagnatori che lo seguivano a qualche passo di distanza. Più si avvicinava il momento, più Josè si intimidiva, chiudendosi nel silenzio. Bordino allungava la mano, per battergli sulla schiena, ma Ailè lo tratteneva. «Fermati… Sta pensando», mormorava, e allora Bordino si accontentava di camminare sulla scia di Josè che faceva oscillare sbadatamente il mazzo dei garofani. Davanti alla porta della casa di Amelia Sampieri, il falso spagnolo si toglieva il cappello e alzava lo sguardo su per le pareti scrostate, fino ad arrivare alle finestre del terzo piano, dove una gabbia con un canarino stava appesa a una persiana e dove, dalle tendine, fulminea la testa di Amelia, fino a quel momento in attesa, fuggiva via. Anche Bordino e Ailè, senza capire bene il perché, si toglievano il cappello. Finito il raccoglimento, Josè si voltava, di nuovo sicuro di sé: «Andiamo!» ordinava. Apriva lui la strada, su per la giravolta delle scale affollate di donne e bambini seduti che lo seguivano con gli occhi facendo silenzio, e insieme a lui Bordino ed Ailè evitavano a fatica quei corpi contro la ringhiera. Per non cedere subito all’emozione, l’Amelia recitava una piccola commedia, alla quale si preparava già nei giorni che precedevano. Si faceva trovare occupata in faccende, come se non si aspettasse la visita così presto: quasi sempre a pulire le scale. Trascinava la polvere giù per i gradini, sbadatamente, trasalendo a ogni dondolio della ringhiera, dal quale si capiva che qualcuno stava salendo. E quando Josè sbucava, lei fingeva sorpresa e rimaneva così, con la scopa nel polverone. «Dio buono!» esclamava. «Se solo avessi saputo…». Josè si arrestava sull’ultimo gradino, il cappello sul cuore e i fiori dritti nell’altra mano, fissando l’Amelia che opponeva al suo mazzo di garofani la scopa, poi chinava la testa di scatto. E Amelia, sconcertata dall’omaggio, guardava prima Ailè e poi Bordino, con il vecchio che le sorrideva. Il rito era cominciato. La donna faceva strada lungo il ballatoio e andavano a sedersi sulle seggiole di paglia della cucina. Uno di fronte all’altro si guardavano in faccia, ma nessuno, neanche Josè, sapeva come cominciare. Ci provava l’Amelia, tirandosi una manica di quelle sue strane camicie alla Robespierre: «Porto le camicie del povero Guido», diceva. «Sono da maschio, sì, ma anche tanto fini che sarebbe un peccato lasciarle in un cassetto. Tutte di seta, toccate, non quella d’oggi, seta d’una volta…». Josè allungava rispettosamente la sua mano volgare e l’appoggiava sul braccio smagrito, approfittando del pretesto per una stretta affettuosa. «Così risparmio e faccio la mia figura», concludeva l’Amelia e da quel momento non parlava più. Tornavano a guardarsi in faccia, Bordino con il solito sorriso innocente, poi toccava a Josè. «Posso?», chiedeva alzandosi. L’Amelia faceva di sì con la testa e lui, che conosceva ormai la casa a memoria, girava intorno alla tavola, si avvicinava a un armadio a vetri, vi trafficava un momento estraendo un grosso album. Ritornava al suo posto e si metteva a sfogliare. In vent’anni, quelle fotografie in cui Guido appariva ritratto nei momenti più belli della sua vita, soprattutto della giovinezza, il romagnolo le aveva sfogliate centinaia di volte: Guido con le maniche rimboccate, sorridente tra un gruppo di ragazze, tra cui anche Amelia giovane, in una gita domenicale; Guido con la faccia affondata nella mantellina, sull’Isonzo; Guido appena uscito dal carcere di Livorno, con il fagotto da prigioniero e la faccia scura di barba; Guido con il fucile, con il tabarro da bandito, e l’Amelia sottobraccio, nei giorni della rivolta de ’22. Josè non riusciva a continuare. Staccava gli occhi dall’album e scrutava l’Amelia scavata in faccia, consumata da un ignoto male progressivo, che poteva essere la sua stessa solitudine, e si chiedeva com’era stato possibile che in gioventù… Scrollava la testa. «Amelia…» diceva. «Senta: le posso dare per certo, stavolta inequivocabilmente, che la nostra associazione che, lei sa, è un’associazione segreta…». Erano parole di una formula che Josè ripeteva ogni volta, ma l’Amelia fingeva di crederci e si faceva attenta, con gli occhi lucidi «che la nostra associazione, d’accordo con il governo italiano, provvederà prossimamente a… ecco, insomma» e qui d’un fiato, «a trasportare le spoglie del povero Guido in patria. Per questo sono venuto, per dirle ufficialmente, con l’investitura che…». Amelia sapeva che, non avendo Josè nient’altro da aggiungere, doveva intervenire per toglierlo dall’imbarazzo. «Grazie» diceva, «grazie, siete tutti molto cari. Almeno questo, un po’ di ricordo, per una vita spesa in quel modo». Recitata la sua parte, Josè si guardava in giro e ritornava il silenzio. Dal cortile salivano le voci delle donne che lavavano tra i muraglioni. Per terzo veniva Bordino il quale naturalmente inseriva nel cerimoniale una frase che non c’entrava per niente: «Quest’anno», esclamava, «quest’anno hanno costruito il grattacielo anche da noi… ce l’abbiamo anche noi, adesso, il grattacielo», ma Ailè lo zittiva stringendogli un braccio. Tornavano a udirsi, nella cucina silenziosa, gli scricchiolii delle seggiole sulle quali i corpi si muovevano cautamente, finché il rito non toccava il suo punto più alto. Josè, infatti, vinceva l’imbarazzo e affermava: «Le giuro, Amelia, sono passati più di vent’anni, ma il Guido, glielo giuro, ce l’ho sempre qui negli occhi, vivo come se fosse oggi». Una tosse scuoteva Amelia, e seguiva quel pianto calmo, lontano dalle cose. Il volto della donna cominciava a bagnarsi e una mano lo copriva nel tentativo di arrestare lo sfogo. Immediatamente rispondeva Bordino che, piangendo, trascinava Ailè il quale però piangeva a modo suo: con singhiozzi imponenti, ma cupi nel suo petto. Di fronte a quella scena, stranamente Josè s’illuminava. Ecco, ora poteva piangere anche lui e nessuno avrebbe pensato che in quel corpo imponente sulla seggiola potesse avvenire un mutamento del genere. Egli veniva preso da uno sconforto che lo liberava. Il romagnolo Giuseppe Ricasoli, infatti, aveva attraversato la Spagna, era arrivato fin lì, in quella povera casa di Parma, per quel pianto in cui riusciva finalmente a sentirsi con una coscienza, ripulito, in cui gli pareva di scontare le sue colpe e di prepararsi un alibi morale per un nuovo anno di imbrogli Ma il pianto, in casa di Amelia Sampieri, era un’occasione non soltanto per lui. Bordino vi metteva tutto il suo rammarico per gli anni in cui le donne riusciva a farle godere per davvero, ed Ailè, oppresso dal pensiero di dover presto sposare la Giovanna, vi dava l’addio alla libertà. L’unica a piangere veramente per Guido, restava così Amelia, la cui immagine autentica dava agli altri, al momento giusto, un nuovo avvio per continuare ciascuno nel proprio dolore. Una volta smesso, tornavano a guardarsi in faccia. Poi Josè si alzava, si toglieva dalla tasca un oggetto che passava furtivamente nelle mani che l’Amelia teneva abbandonate sul ventre. «Era suo», diceva; oppure: «Era del suo battaglione». Sempre, alla fine della visita, come ultimo pegno e prova di umile amore, Josè consegnava un ricordo di Guido: tangibile, rintracciato con una ricerca ostinata. L’ultima volta si levò dalla tasca un triangolo di panno consunto, con l’oro dei fregi ridotto ormai a una pallida traccia. «L’aveva disegnato proprio lui, così, il Guido», disse, e il gagliardetto del Battaglione Garibaldi finì nell’armadio di noce, in fondo alla cucina, accanto all’album, al giubbotto sporco di sangue, al frustino, alle fotografie incorniciate e fatte a gruppi a El Pardo e ad Albacete (i tedeschi dell’Edgar Andrè, l’argentino libertario Braccialarghe, Josè giovane e biondissimo, tutti lì, nella foto, a fare ala al Guido), alla pipa rotta e all’ultima lettera trovata nelle tasche del morto, con quelle poche righe soltanto: «Cara Amelia, i mesi passano e fra poco arriverà l’ultimo per davvero, vedrai. Qui, ad Albacete, la neve è sparita…». L’Amelia rimase con il gagliardetto fra le mani, mentre uno dopo l’altro, prima Bordino e ultimo Josè, uscivano dalla porta della cucina passandole davanti con un inchino (lei, la donna del loro capo, che non osava alzare la testa, che non aveva il coraggio di guardarli andar via per non dare alla separazione tutto il suo peso, e che faceva venire in mente – ai tre uomini che indugiavano dietro la porta a vetri, prima di sparire – quanta giovinezza aveva preso dal loro compagno e quanto, nel sangue, doveva esserle rimasto del suo calore). Josè riapriva un attimo la porta: «Amelia, se avesse qualche necessità, per la sua casa… bisogno di soldi… Sa dove sto. Mi scriva». L’Amelia scuoteva la testa. Raggiunta la strada, l’aria libera, il sole, la faccia di Josè mutava espressione. Il romagnolo, compiuto il suo atto di redenzione, doveva reagire e allora alzava la voce, rideva, dava manate sulle spalle di Bordino. «Quelli sì che sono amori!» esclamava. «Amori da scriverci sopra, perché al Guido, quella lassù», e accennava con la testa alla casa dell’Amelia che si faceva lontana in fondo alla discesa, «gli andava a sangue come non ho visto mai. Una cosa, vi dico, che al giorno d’oggi, sì… C’erano sere che gli dicevo: “Guido, basta di pensare alla politica, ci penserai dopo. Per le strade di Madrid ci sono donne con il fuoco dentro, per la voglia, la paura, per tutto”. E lui no, più lo scuotevi, più diceva di no, sempre a scrivere quelle lettere sotto la lucerna, e che lettere». Josè camminando scrollava la testa, in maniche di camicia, con la giacchetta sul braccio. Poi si voltava verso Bordino ed Ailè, e il vecchi gli ricambiava lo sguardo: «È sempre stato così, il Guido. Se ci fossi stato io… Immagina un po’, io e te, Giuseppe, in una città come quella». ...
  7. Onore al merito a Galway, ma diciamolo: a far punti aprendo le partite al posto di Labbro son capaci tutti
  8. https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/02/21/news/derby_milan_inter_tifosi_san_siro_assembramenti-288551244/?fbclid=IwAR1E9CG2SGRrIOxmU72azcw-gZ-oaVDtBsUu0qtTnZS-VRHaR8kvPs2BVFQ
  9. Ho visto un Labbro ai titoli di coda: che sia giunta l'ora che si faccia da parte? Ne parlerò con il mister e il Presidente
  10. Se vuoi una Voce del Dissenso, non resta che affidarsi al PDO per eccellenza, il Paladino dei Deboli e degli Oppressi; il nemico di tutti i fiorai della Riviera di Levante; rullo di tamburi, colpo di charleston: il Magnifico Utente @Robi
  11. Giocar bene o giocar male, ossia quanto bene e quanto male hai utilizzato le risorse a tua disposizione: ecco il discrimine. E quanto bene e quanto male le hai utilizzate tu allenatore (dove le tue risorse sono i tuoi giocatori e la tua capacità di mandarli in campo nella maniera più congeniale alla situazione, laddove la situazione è definita dalla squadra che hai di fronte, dalle fasi della partita e dall'obiettivo che ti poni) e tu giocatore (i tuoi piedi, il tuo cervello, il tuo fisico, la tua forma, la figa che più prenderai quanto più vincerai, eccetera)
  12. Guarda, unico, vero e originale Tulipano - si scherza, eh, dai, su; dai -; dicevo, unico e originale, guarda: quello tra me e Davide è un sodalizio antico e davvero non comprendo tutta questa acrimonia da parte dei tifosi blucerchiati in generale e di questo Spettabile in particolare. Davide è, lasciatemelo dire, un amico, un amico vero e credetemi: è una persona dotata di un grande senso della misura, e dell'umorismo, che non guasta! Dunque seppellite l'ascia di guerra, amici forumotti, e affrontate la partita con serenità, nonostante Labbro.
  13. Mi sento come se la partita l'avesse aperta Labbro 😵
  14. Colpa di Razzo e della sua influenza positiva esercitata su di me nel corso della riunione clandestina della Brigata Ferrero avvenuta con la piena e convinta autorizzazione delle Forze dell'Ordine nella giornata di mercoledì 10 febbraio in un luogo segreto della riviera tigullina, in via Niccolò Cuneo, 63 D/B rosso, a Camogli
  15. Solito esibizionista erotomane
  16. Ma per la carità Nel 2025 ci sembrerà una formula familiare, per non dire vetusta Mannaggia a chi non ve lo dice
  17. E vabè ma la palla è rotonda, ci sono partite che si giocano bene e altre che si giocano male, non vedo ragione di prendersela. O meglio: di prendersela con la squadra, ecco. La squadra quando perde è incazzata, è gente che gioca a calcio e chi gioca a calcio quando perde gli girano le balle. Ovvio che se ieri al 95° mulankovic la butta dentro cristi tutte le madonne dell'universo mondo; in questo senso è ovvio prendersela. Ma prendersela per il risultato, non con la squadra. Ma sono vecchie storie Labbrone 💖
  18. Ricordo ancora adesso sampdoriani lamentarsi (e sandorioti diventare pazzi) per la sconfitta con lo Spezia... vai a vedere che è una buona squadra? E infatti è una buona squadra
  19. Candreva magico, Quagliarella molto bene, Thorsby imperatore delle palle alte; Leris, sentite bene, Leris bene, tocca tre palloni e poi... poi cosa fa? E vabè, importante che s'impegni come difatti s'impegna sempre. Bene anche Labbro ma -non vorrei fare il Renzi della situazione- non basta: no, Labbro, non basta; c'è bisogno di un cambio di paso, in vista della partita con la Lazo (per la rima). A breve vi comunicherò chi dovrà aprire la partita Non escludo tuttavia l'ipotesi di scendere in campo in prima persona Restate in linea
  20. Ma ciccione di merda, cazzo ammazzi che ti sdraio 🏖️
  21. Stai migliorando... Ma ti teniamo d'occhio 👀
  22. A mio parere, era impensabile andare a Benevento pensando di vincere, alla luce del fatto che le partite le continua ad aprire Labbrodinovisad, tanto più al mercoledì. Labbro, basta o ti banno!
  23. Ma belin ma sei scemo? Ma di nuovo di mercoledì la apri? La prima volta che ti vedo ti dò una cafuddata che te la ricordi
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