PDA

Visualizza Versione Completa : Fulvio "Fuffo" Bernardini



Poldo
27-06-08, 00:51
"Troppo intelligente per giocare nella mia Nazionale".
Fu così, alla vigilia dei fascistissimi Mondiali del 1934, che il Regime -allora vicino all'apogeo assoluto del consenso popolare - aveva voluto per celebrare il suo trionfo,che il CT Vittorio Pozzo rispose a chi gli chiedeva come mai il fortissimo centrocampista (allora si chiamava "centro mediano") romano Fulvio Bernardini, autentico figlio del Testaccio, quartiere giallorosso D.O.C, non fosse stato convocato per quello che sarÃ* il primo dei trionfi azzurri nell'allora Coppa Jules Rimet, detta così dal nome del primo segretario generale della FIFA.
E in effetti il "Fuffo nostro", come lo chiamavano i tifosi della Roma, era il prototipo del centrocampista moderno: abile sia nell'interdizione dell'avversario come nell'impostazione del gioco, aveva nella visione di gioco e nella capacitÃ* di dettare i ritmi dello stesso la sua migliore qualitÃ*.
Allora rarissimo esempio di calciatore colto (era laureato in Economia e Commercio, se non erro) subì però l'ostracismo di Pozzo proprio perchè troppo raffinato: il CT, che della leggenda della difesa del Piave (ex alpino, adorava chi come lui aveva versato il sangue sulle rive del "fiume sacro alla patria") aveva fatto un dogma assoluto, ammirava di più combattenti e meno i damerini : scartò perfino un fuoriclasse assoluto come lo juventino oriundo argentino "Mumo " Orsi, che nella Juventus dei 5 campionati vinti di fila (1930-35) era il faro del gioco, e che aveva rinubciato alla nzionalitÃ* sudamericana solo per avere la possibilitÃ* di giocare -e vincere- un Mondiale in Europa.
E questo pre la stesa motivazione con la quale aveva escluso "il Dottore": troppo bravo, troppo raffinato, troppo tutto.
Questo però non impedì a Fuffo di diventare prima uno dei migliori calciatori italiani all time, anzi:le sue qualitÃ* sia umane che tecniche vennero esaltate sulle panchine del Bologna, Fiorentina e -anche se con ben altri obbiettivi rispetto alle prime due- della Sampdoria.
Per poi chiudere la carriera da -ironia della sorte!-CT di quella Nazionale della quale da giovane non aveva potuto vestire la maglia: reduce dal fallimento del WelMeisterSchafft tedesco del 1974, quello del vaffanculo di Giorgione Chinaglia a Valcareggi e del gol dell'haitiano (!) sconosciuto a Zoff che era imbattuto in azzurro da quasi 10 partite, Fuffo riuscì a mettere le basi di quel gruppo che poi trionferÃ* nel 1982 nel Mundiale spagnolo, con la chicca, sotto la sua gestione, della prima vittoria azzura nel Tempio dei Maestri.
Wembley; 3 novembre 1974,a 4 minuti dalla fine il bisiaco Capello raccoglie una respinta di Clemence sul crosso basso di Benetti, e firma in tap-in vincente: i "camerieri " italiani -così i tabloid inglesi avevano presentato gli azzurri alla vigilia del match - fecero per la prima volta abbassare la criniera ai Leoni d'Albione a casa loro, che erano ancora convinti di essere gli unici depositari del sapere calcistico( e tuttora lo sono, anche se è ormai da 42 anni che non vincono Mondiali nè, tantomeno, Europei).
Perla della sua carriera da tecnico fu certamente la vittoria del 7° scudetto del Bologna (ah Fulvio..questa non te la perdoneremo mai...), in rimonta sulla EuroInter allora dominatrice del mago HH, con l'unico spareggio giocato nel campionato italiano di serie A per l'assegnazione dello scudetto.
A Roma il Bologna di Pascutti, Merani, Bulgarelli, schiantò un Inter che di lì a poco averbbe vinto a Vienna la sua prima Coppa delle grandi orecchie, e fece dire al grande Carosio -di solito molto parco di elogi quanto era prodigo di whiskey- che "così si giocava solo in Paradiso".
Poi, dopo la viola, e la parentesi azzurra, venne nel suo eremo bogliaschino a far da chioccia a una pattuglia di ragazzini, tra i quali un romano di borgata tanto genio quanto sregolatezza, che amò come un figlio ma non fece in tempo a far crescere come uomo, e sparse la sua saggezza calcistica in una societÃ* allora ai margini del grande calcio, ma che sapeva dargli l'idea della grande famiglia, lui che una vera famiglia non aveva mai avuto.
"Lippi è troppo bello per giocare a pallone": così chiuse, con una battuta delle sue, una conferenza stampa dopo una partita giocata a Marassi dove il buon Marcello ne aveva combinata qualcuna delle sue..il gusto della battuta, sapidamente detta con quell'accento romanesco lievemente arrotato, non l'abbandonò mai, e fu uno dei suoi tratti caratteristici, così come i rito delòla partita di tennis dopo l'allenamento, gioco dove si driceva eccellesse, forse perchè il tennis è lo sport dove il ragionamento è altrettanto fondamentale che il puro agonismo.
Ebbe, prima di andarsene nel 1977, appena il tempo di conoscere di sfuggita un signore , romano pure lui anche se d'adozione, che avrebbe costruito pezzo per pezzo una squadra che "giocava come in Paradiso", e che adesso guarda con lui, dal quarto anello, i colori magici che scometto fecero venire i brividi anche a lui,il Dottore, disincatato testimone di trent'anni di calcio e di vita.
Ciao Fuffo, ora il Paradiso ha il suo allenatore.


byez

Poldo

7maggio
27-06-08, 10:51
peccato che non abbia potuto vedere la Sampdoria vincere lo scudetto. Peccato.

labbrodinovisad
28-06-08, 12:00
Di Bernardini non ho ovviamente ricordi diretti, ma solo qualche lampo da vecchi racconti di mio padre e di mio nonno

>> per molti che lo hanno visto sulla nostra panchina, è un pò L'ALLENATORE della Uc Sampdoria, forse in misura ancora maggiore rispetto a Boskov

>> è l'uomo della Serie B dei RECORD, quella serie B che ci doveva FAR SPARIRE da Genova , secondo qualcuno, e si risolse invece in una cavalcata trionfale in campo, e con una nuova spinta alla tifoseria blucerchiata
(correggetemi se sbaglio, ma mi pare che la Federclub di Gloriano Mugnaini e diversi club nacquero proprio in quel biennio)

> > mi è stato raccontato che sintetizzò l'attitudine a salvarsi in finale di campionato della Sampdoria di quegli anni, con la battuta sul salvagente che avevamo sulla maglia

>> tra le sue battute (ma questa me la dovete confermare...) una anche dedicata al marziano Alviero
Indiscutibilmente bravo, "però.... è romano", con l'aria di chi conosce molto bene una certa indolenza strafottente capitolina


Dai gioventù... voi che c'eravate , non avete nulla da raccontarci....? :26smile:

ossi60
28-06-08, 12:14
io ho avuto il piacere di esserci quando allenava la samp e credo che con monzeglio (allenatore del 4° posto memorabile) sia stato il più GRANDE allenatore che abbia allenato la samp.è merito suo l,esplosione di vieripadre ,la cavalcata impressionante nell,anno di B e prima solo il furto di roma e la pastetta in brescia-spal di lobellodi merda non gli ha permesso una salvezza miracolosa.con lui tutta la societÃ* ha fatto un passo in avanti sui giornali e televisioni.credo che ( considerando i tempi di allora) lui e monzeglio senza saperlo hanno contribuito a tantissimi genovesi di appassionarsi alla samp e ridurre quasi a zero il rapporto di 9 a 1 che prima esisteva a livello di tifoseria nei confronti degli inferiori GRAZIE grande "FUFFO"

rantegusu
28-06-08, 17:20
Fuffo, all'epoca, era il nostro uomo immagine, colto, disincantato, ironico, amava il bel calcio ed i giocatori dai piedi buoni. Non a caso fu il "padre" di Bob Vieri, che soltanto con lui diede il massimo, e "nonno" del marziano Alviero. Il Doria, pur lottando spessissimo per non retrocedere, esprimeva un bel calcio e raccoglieva grandi simpatie dentro e fuori cittÃ*.
Bernardini come giocatore, non ebbe riconoscimenti pari alla sua classe. Vittorio Pozzo lo stimava ma quel suo essere principino romano, universitario e tennista di classe, era incompatibile con l'enfasi patriottica che Pozzo, ufficiale degli Alpini durante la Grande Guerra, metteva nel guidare la nazionale. Insomma, non c'era niente di più distante da Fuffo che il prepararsi agli incontri cantando "La leggenda del Piave".
Quando giunse alla Samp come allenatore aveva vinto due scudetti "pesantissimi" con Fiorentina e Bologna , rompendo l'egemonia Milano-Torino. Arrivò a campionato iniziato ed incolpevolmente partecipò alla prima retrocessione (quella del furto del rigore su Cristin contro la Lazio). Al rinnovo del contratto, in serie B, si decurtò l'ingaggio di 6 milioni lasciando esterrefatto il presidente De Franceschini.
Lo ricordo in panchina con il suo inconfondibile cappellino (non so come definirlo se non un Borsalino dalla tesa stretta) alcuni "palati fini" sampdoriani dicevano fosse troppo vecchio, che non mantenesse la disciplina e che di tanto in tanto si addormentasse durante le fasi di stanca del gioco (non vi ricordano queste alcune critiche rivolte anche a Vuja? :02smile:), in realtÃ* era un Leonardo da Vinci del calcio, un geniaccio con il vizio della sperimentazione. Trasformò Tato Sabadini da ala mediocre a terzino fluidificante di valore internazionale (ricordo anche la prova, se non erro in amichevole, del Bisontino Cristin come stopper).
Bernardini ad un certo punto ebbe come contraltare l'avvocato Colantuoni alla presidenza.
Fuffo scovava i talenti e Colantuoni glieli vendeva, seppur a prezzi da strozzino, Morini e Vieri alla Juve per Benetti più 800 milioni, l'anno dopo Benetti al Milan per Lodetti ed altri 300 milioncini.
Se Bernardini era Leonardo, Colantuoni era l'Esorciccio, ricordo nel '69-'70 che il Doria a 10 giornate dalla fine era retrocesso e i fagiani preparavano giÃ* le bare, ma c'è da giocare Napoli-Samp (lì la tradizione ci è favorevole), nella tintoria lavasecco che prepara le divise della squadra c'è una lavorante zozzoblù che “marchia” i pantaloncini blu da abbinare alla maglia bianca da trasferta, con la scritta “W il Cenua” (contenta lei della location :18smile:). Il Doria vince 2 a 0 e Colantuoni decide di mantenere quei pantaloncini portafortuna anche per la tradizionale mise blucerchiata casalinga, nonché il rito della lettura di un racconto delle Sollazzevoli Istorie di Balzac come digestivo del pranzo pre-partita della squadra.
SaiÃ* staetu Balzac, saian staete quelle miande, ma il Doria fa altri 11 punti nelle successive 8 partite e si salva permettendosi il lusso di perdere l'ultima contro l'Inter. Una goleada che, se la memoria non mi falla, cominciò con una discesa di Bertini lungo la fascia, lato distinti in direzione della Sud, conclusasi a pochi metri dall'out con un cross palesemente svirgolato che finì nel sette del lato opposto della porta.
Finì 0-5, ma, pazienza, anche quell'anno avevamo salvato “allegramente” la pellaccia. :10smile: