Acquascooter
17-06-08, 22:42
Prima o poi, inevitabilmente, sarebbe dovuto accadere. Anche gli amuleti più grandi un giorno o l’altro si stancano di essere infallibili e ti abbandonano sul più bello, quando meno te lo aspetti e, forse, quando avresti avuto maggiormente bisogno di loro. La mia imbattibilitÃ* sugli spalti di una partita di calcio non aveva a che fare con dei portafortuna; semplicemente per il fatto che mio padre riteneva che l’amuleto in questione fossi io, in carne ed ossa. Dalla mia prima apparizione a Marassi, la primavera precedente non avevamo mai più perso un match: sette vittorie e quattro pareggi. Per di più, da quando avevo iniziato ad ascoltare la domenica accanto a lui “Tutto il calcio minuto per minuto”, in trasferta avevamo perso solo due volte in otto mesi… Ma, ovviamente, non poteva durare in eterno.
E la mia prima sconfitta, puntuale, giunse a farmi visita.
Ebbene, quel che mi disturbò non fu la sconfitta in sé, grottescamente irreale – poiché quasi tutte le partite perse, viste con gli occhi di un tifoso, sono una parodia -, ma il momento in cui si configurava la scena. Le sconfitte più inattese arrivano sempre nel contesto sbagliato e con un avversario inattendibile… Il Foggia, quell’anno, vinse otto partite in tutta la stagione, appena otto, e decise di venire a vincere a Marassi, proprio in un momento in cui noi eravamo lanciatissimi nelle zone alte della classifica. Infatti, di momenti sbagliati ce ne sono, purtroppo, dovunque: il fatto è che arrivano quando meno li attendi, mancando assolutamente di tatto.. Quando percorro la nostra storia calcistica, sento lo sferragliare dei treni leggeri per le strade di Berna o il confuso profanare il silenzio dei ferry boat sul Tamigi, ritornando da Wembley. Le storie che ripercorro sono spesso silenziose, immerse nella loro disperazione, lo stesso dolore senza voce che si prova per i capolavori incompiuti.
In realtÃ*, sconfitte e drammi sportivi sono stati relativamente rari negli anni, sulla nostra sponda del Bisagno, ma quei pochi li abbiamo vissuti con una dilagante, interminabile disperazione, una nebbia lenta e fatale dello spirito. Ho spesso pensato che, fra tutti gli spettacoli più angosciosi cui un tifoso di calcio può essere sottoposto, nulla possa venir paragonato alla notte di Londra, con quelle facce completamente svuotate d’ogni speranza, gioia, dignitÃ* e luce. Quella notte capii il vero significato della parola “sconfitta”: le anime sventurate che avevano vissuto accanto a me quell’avventura avevano l’aspetto di coloro che non s’aspettano più nulla. Il fatidico “ora o mai più”, in una frazione di secondo era diventato semplicemente “mai più”.
In realtÃ*, se c’è una cosa che rende insopportabili le sconfitte è proprio la gente. Me ne resi conto subito, rafforzai questa tesi negli anni successivi, al punto che quando la Sampdoria perde, partita importante o amichevole pre-campionato che sia, mi chiudo in me stesso e divento subito intrattabile se qualcuno si mette a commentare la sconfitta. Brutta razza, la gente dei dopopartita. Mescolanze spontanee che si gemellano nella rabbia e nella mancanza di difese e che, quasi sempre, trovano il capro espiatorio su cui rovesciare la loro pochezza. Vi è mai capitato di incazzarvi come delle bestie, perché dopo una sconfitta assurda il vostro casuale vicino di posto si è sentito in vena di confidenze e vi ha confessato che, se avevamo perso la partita, era soltanto per colpa di quello smidollato in campo che, guarda caso, era stato proprio l’unico giocatore a disputare una partita come si doveva ed a sputare l’anima fino a tempo scaduto? A me capita. Sempre. E, nonostante, la maturitÃ* acquisita e l’esperienza accumulata, mi incazzo ancora da morire e mi devono portare via di peso per evitare che lo strozzi.
Naturale che ciò fosse accaduto anche nel giorno della mia prima sconfitta, un Sampdoria-Foggia di pessima qualitÃ*, dove gli ospiti erano passati in vantaggio quasi subito con il loro centravanti, un carneade che di cognome faceva Bozzi (non certo quello di Via Cairoli...), e dove i ragazzi, successivamente, attuarono un pressing asfissiante, un assedio costante che si risolse in un pienamente geometrico nulla.
Mi piacquero, però, nel loro ostinato insistere, cercando di sovvertire un risultato che evidentemente il destino aveva giÃ* deciso di serbare loro. Era la prima volta - incredibile, ma vero – che allo stadio trovavo qualcosa in cui immedesimarmi: quell’insistere così proletario aveva l’aroma del coraggio e dell’ardore, trovai l’ostinatezza deliziosa. A fine partita, avrei voluto scendere in campo e stringere la mano a ciascuno dei giocatori, talmente mi erano piaciuti. Nonostante la mancanza della segnatura, nonostante il bruciore della sconfitta. Mi piacque talmente che poi, crescendo, ho formulato una teoria, condivisa da molti altri sostenitori accaniti di una squadra di calcio: le vittorie e i pareggi più belli sono quelli dove la squadra avversaria prima ti strapazza e ti infila due o tre volte, poi si accontenta, tu le torni sotto e quindi la travolgi come un fiume in piena. Chiamalo masochismo, chiamalo voglia di soffrire, ma non c’è nulla che faccia godere di più che sentirti all’inferno e poi, improvvisamente, ti ritrovi in paradiso…
Quella domenica di novembre non accadde nulla di tutto questo, si perse e basta.
Ma scoprii la razza ignobile del vicino di posto in vena di confidenze. E fu una scoperta importante. Perché? Perché dopo anni di sopportazione, di ascolto passivo, intramezzato da qualche sbotto violento, ho imparato che la cosa migliore da fare è allontanarsi, fuggire a gambe levate, magari borbottando qualche improperio nei confronti del malcapitato che ha avuto la pessima idea di rivolgerti la parola dopo una sconfitta.
Quell’uomo, appena l’arbitro ebbe fischiato la fine della partita, avvicinò il suo faccione grinzoso che emanava gusto di noccioline andate a male (a proposito, ve le ricordate le noccioline del vecchio bar della Sud, quelle nella scatolina verde?) e si lamentò con voce cavernosa.
“Tutta colpa di quel belinone di Orlandi, non ci dÃ* in una casa”, sbottò.
A nove anni, a volte, riesci ad avere un’espressivitÃ* che un adulto nemmeno si sogna. Non aprii bocca, ma lo sguardo pietoso che gli rivolsi ebbe l’effetto di mille insulti gridati a squarciagola. A Genova c’erano ottimi manicomi, pensavo, ma li avevano smantellati tutti e così capitava a me di aver seduto accanto allo stadio il peggior coglione del pianeta. Naturalmente “Micio” Orlandi era stato a detta di tutti, giornalisti compresi, il migliore di quel vano assedio del Doria, l’ultimo ad arrendersi, a tirare i remi in barca. Provai imbarazzo, che cosa si deve dire ad un coglione? Preferii la strategia del silenzio, la più indistruttibile delle barricate, e fu più amaro per lui il fatto che un bambino di nove anni lo fissasse come se fosse l’ultimo del mondo, piuttosto che lo insultasse apertamente. Con un semplice gesto del dito, gli indicai i giocatori sotto la Sud che salutavano i tifosi, rispondendo al loro applauso. Oggi non indico nemmeno più, li lascio marcire nel loro brodo, perché intanto so che non possono capire…
Non è tanto l’ignoranza calcistica quella che mi ha sempre dato fastidio, bensì la sicumera con cui questi personaggi sbandierano sempre le loro assurde convinzioni. Un “so tutto io” tirato fuori ogni volta nei momenti più sbagliati che è sempre rivelato un ineluttabile non essere a conoscenza di nulla, per di più nove volte su dieci del tutto prevenuto.
Finalmente una voce mi chiamò, era mio padre e lasciai quell’uomo nell’eterna sala d’aspetto che doveva con tutta probabilitÃ* essere la sua vita. Mentre continuavo a fissarlo allontanandomi, con lui che grettamente mi restituiva lo sguardo, mi augurai di incontrarlo più, non sapendo che quel silenzioso commiato era solamente un arrivederci, non a lui, ma a tutti quelli come lui, che per tutta la vita sarebbero stati seduti accanto a me in una tribuna o in una gradinata di uno stadio, solo ed esclusivamente per farmi incazzare…
E la mia prima sconfitta, puntuale, giunse a farmi visita.
Ebbene, quel che mi disturbò non fu la sconfitta in sé, grottescamente irreale – poiché quasi tutte le partite perse, viste con gli occhi di un tifoso, sono una parodia -, ma il momento in cui si configurava la scena. Le sconfitte più inattese arrivano sempre nel contesto sbagliato e con un avversario inattendibile… Il Foggia, quell’anno, vinse otto partite in tutta la stagione, appena otto, e decise di venire a vincere a Marassi, proprio in un momento in cui noi eravamo lanciatissimi nelle zone alte della classifica. Infatti, di momenti sbagliati ce ne sono, purtroppo, dovunque: il fatto è che arrivano quando meno li attendi, mancando assolutamente di tatto.. Quando percorro la nostra storia calcistica, sento lo sferragliare dei treni leggeri per le strade di Berna o il confuso profanare il silenzio dei ferry boat sul Tamigi, ritornando da Wembley. Le storie che ripercorro sono spesso silenziose, immerse nella loro disperazione, lo stesso dolore senza voce che si prova per i capolavori incompiuti.
In realtÃ*, sconfitte e drammi sportivi sono stati relativamente rari negli anni, sulla nostra sponda del Bisagno, ma quei pochi li abbiamo vissuti con una dilagante, interminabile disperazione, una nebbia lenta e fatale dello spirito. Ho spesso pensato che, fra tutti gli spettacoli più angosciosi cui un tifoso di calcio può essere sottoposto, nulla possa venir paragonato alla notte di Londra, con quelle facce completamente svuotate d’ogni speranza, gioia, dignitÃ* e luce. Quella notte capii il vero significato della parola “sconfitta”: le anime sventurate che avevano vissuto accanto a me quell’avventura avevano l’aspetto di coloro che non s’aspettano più nulla. Il fatidico “ora o mai più”, in una frazione di secondo era diventato semplicemente “mai più”.
In realtÃ*, se c’è una cosa che rende insopportabili le sconfitte è proprio la gente. Me ne resi conto subito, rafforzai questa tesi negli anni successivi, al punto che quando la Sampdoria perde, partita importante o amichevole pre-campionato che sia, mi chiudo in me stesso e divento subito intrattabile se qualcuno si mette a commentare la sconfitta. Brutta razza, la gente dei dopopartita. Mescolanze spontanee che si gemellano nella rabbia e nella mancanza di difese e che, quasi sempre, trovano il capro espiatorio su cui rovesciare la loro pochezza. Vi è mai capitato di incazzarvi come delle bestie, perché dopo una sconfitta assurda il vostro casuale vicino di posto si è sentito in vena di confidenze e vi ha confessato che, se avevamo perso la partita, era soltanto per colpa di quello smidollato in campo che, guarda caso, era stato proprio l’unico giocatore a disputare una partita come si doveva ed a sputare l’anima fino a tempo scaduto? A me capita. Sempre. E, nonostante, la maturitÃ* acquisita e l’esperienza accumulata, mi incazzo ancora da morire e mi devono portare via di peso per evitare che lo strozzi.
Naturale che ciò fosse accaduto anche nel giorno della mia prima sconfitta, un Sampdoria-Foggia di pessima qualitÃ*, dove gli ospiti erano passati in vantaggio quasi subito con il loro centravanti, un carneade che di cognome faceva Bozzi (non certo quello di Via Cairoli...), e dove i ragazzi, successivamente, attuarono un pressing asfissiante, un assedio costante che si risolse in un pienamente geometrico nulla.
Mi piacquero, però, nel loro ostinato insistere, cercando di sovvertire un risultato che evidentemente il destino aveva giÃ* deciso di serbare loro. Era la prima volta - incredibile, ma vero – che allo stadio trovavo qualcosa in cui immedesimarmi: quell’insistere così proletario aveva l’aroma del coraggio e dell’ardore, trovai l’ostinatezza deliziosa. A fine partita, avrei voluto scendere in campo e stringere la mano a ciascuno dei giocatori, talmente mi erano piaciuti. Nonostante la mancanza della segnatura, nonostante il bruciore della sconfitta. Mi piacque talmente che poi, crescendo, ho formulato una teoria, condivisa da molti altri sostenitori accaniti di una squadra di calcio: le vittorie e i pareggi più belli sono quelli dove la squadra avversaria prima ti strapazza e ti infila due o tre volte, poi si accontenta, tu le torni sotto e quindi la travolgi come un fiume in piena. Chiamalo masochismo, chiamalo voglia di soffrire, ma non c’è nulla che faccia godere di più che sentirti all’inferno e poi, improvvisamente, ti ritrovi in paradiso…
Quella domenica di novembre non accadde nulla di tutto questo, si perse e basta.
Ma scoprii la razza ignobile del vicino di posto in vena di confidenze. E fu una scoperta importante. Perché? Perché dopo anni di sopportazione, di ascolto passivo, intramezzato da qualche sbotto violento, ho imparato che la cosa migliore da fare è allontanarsi, fuggire a gambe levate, magari borbottando qualche improperio nei confronti del malcapitato che ha avuto la pessima idea di rivolgerti la parola dopo una sconfitta.
Quell’uomo, appena l’arbitro ebbe fischiato la fine della partita, avvicinò il suo faccione grinzoso che emanava gusto di noccioline andate a male (a proposito, ve le ricordate le noccioline del vecchio bar della Sud, quelle nella scatolina verde?) e si lamentò con voce cavernosa.
“Tutta colpa di quel belinone di Orlandi, non ci dÃ* in una casa”, sbottò.
A nove anni, a volte, riesci ad avere un’espressivitÃ* che un adulto nemmeno si sogna. Non aprii bocca, ma lo sguardo pietoso che gli rivolsi ebbe l’effetto di mille insulti gridati a squarciagola. A Genova c’erano ottimi manicomi, pensavo, ma li avevano smantellati tutti e così capitava a me di aver seduto accanto allo stadio il peggior coglione del pianeta. Naturalmente “Micio” Orlandi era stato a detta di tutti, giornalisti compresi, il migliore di quel vano assedio del Doria, l’ultimo ad arrendersi, a tirare i remi in barca. Provai imbarazzo, che cosa si deve dire ad un coglione? Preferii la strategia del silenzio, la più indistruttibile delle barricate, e fu più amaro per lui il fatto che un bambino di nove anni lo fissasse come se fosse l’ultimo del mondo, piuttosto che lo insultasse apertamente. Con un semplice gesto del dito, gli indicai i giocatori sotto la Sud che salutavano i tifosi, rispondendo al loro applauso. Oggi non indico nemmeno più, li lascio marcire nel loro brodo, perché intanto so che non possono capire…
Non è tanto l’ignoranza calcistica quella che mi ha sempre dato fastidio, bensì la sicumera con cui questi personaggi sbandierano sempre le loro assurde convinzioni. Un “so tutto io” tirato fuori ogni volta nei momenti più sbagliati che è sempre rivelato un ineluttabile non essere a conoscenza di nulla, per di più nove volte su dieci del tutto prevenuto.
Finalmente una voce mi chiamò, era mio padre e lasciai quell’uomo nell’eterna sala d’aspetto che doveva con tutta probabilitÃ* essere la sua vita. Mentre continuavo a fissarlo allontanandomi, con lui che grettamente mi restituiva lo sguardo, mi augurai di incontrarlo più, non sapendo che quel silenzioso commiato era solamente un arrivederci, non a lui, ma a tutti quelli come lui, che per tutta la vita sarebbero stati seduti accanto a me in una tribuna o in una gradinata di uno stadio, solo ed esclusivamente per farmi incazzare…