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con la G maiuscola .
leggere attentamente e imparare per quanto riguarda i colleghi , riflettere per quanto riguarda certi sampdoriani .
03/03/2010
Ironia popolare da stadio o vergognosa istigazione alla violenza?
Scritto da: Roberto Stracca alle 19:19
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E' successo sabato scorso al derby Primavera di Genova. I tifosi blucerchiati si sono presentati con uno striscione dedicato ai cugini genoani: "Uccideteli sin da piccoli".
C'è chi ha sorriso anche dall'altra parte della barricata. E chi, all'insegna del politically correct, si è dichiarato inorridito.
L'arbitro, per la cronaca, ha fatto rimuovere lo striscione dagli spalti
Voi che ne pensate?
L'espressione rientra nello sfottò calcistico o è un insulto stupido e volgare?
E' una metaforaun po' forte per dire di annientarli sul campo e far capire chi è più forte (sportivamente parlando) in città o una bieca istigazione alla violenza con chiaro invito a passare alle vie di fatto?
E' un modo comunque simpatico di far vivere la rivalità cittadina alle nuove generazioni o è un orribile esportazione di teppismo dagli spalti della serie A anche alle serie minori?
Ritenete che la scritta sia meno violenta di certi insulti che le mamme dei piccoli campioni riservano agli avversari o non propendente per la logica del male minore e del così fan tutti?
Pensate che sia un'espressione scherzosa come il romanesco "te possino ammazzà" o siete convinti che alcuni cittadini genovesi vogliano eliminare i giovani rossoblu, magari loro parenti o figli di fraterni amici?
Ovviamente qualora si propenda per la seconda opzione, è scontato che vanno bandite le parole "battaglia" per parlare di una partita vinta, "tragedia" per una sconfitta e "eroi" per delle persone che danno calcio ad un pallone. E per una squadra che domina non si potrà più dire che ha "distrutto" gli avversari e "ammazzato" il campionato.
non è il primo articolo intelligente che leggo sul corsera a firma stracca... anzi, è solo l'ultimo di una lunga serie.
ALe_KuBricK
04-03-10, 14:06
bel articolo, le ultime righe fanno intendere bene quanto facciano schifo certi presunti perbenisti
Michieli leggi bene, leggi qua:
Io con le bestie, più o meno selvatiche, mi trovo in sintonia! Con te no!
TU NON SEI UNA BESTIA!
:suca::suca::suca:
Quasi quasi il testo dello striscione lo "copio" sulla bandiera che metto alla finestra !!!!!
E' BELLISSIMO !!!!!
Un plauso al Sig.Stracca.
bel articolo, le ultime righe fanno intendere bene quanto facciano schifo certi presunti perbenisti
che sono poi gli stessi che avevano minimizzato il delirio di mathausen di camposanto.....
che strano...
che sono poi gli stessi che avevano minimizzato il delirio di mathausen di camposanto.....
che strano...
non avevano minimizzato...
ne avevano sorriso alludendo anche alla grande passionalità del meschino personaggio qual è....
"Camposanto" ti voglio vivo e vegeto per l'eternità così tu possa soffrire per sempre come fai da quando sei nato...
Massimo1968
04-03-10, 21:51
non avevano minimizzato...
ne avevano sorriso alludendo anche alla grande passionalità del meschino personaggio qual è....
"Camposanto" ti voglio vivo e vegeto per l'eternità così tu possa soffrire per sempre come fai da quando sei nato...
mamma mia che cattivone che sei.....
Mha!?
Io non so cosa abbia detto Michieli o cosa abbiano scritto i giornali genovesi.
Mi interessa poco, in verità.......
Chi ha scritto quello striscione lo ha scritto con un intento poetico. Lo ritengo duro ma molto carino. Se l'opinione pubblica spinta dai suddetti falsi perbenisti lo ritiene un "attentato all'umanità" ........ meglio cosi'!!!!
:pffs:
Mha!?
Io non so cosa abbia detto Michieli o cosa abbiano scritto i giornali genovesi.
Mi interessa poco, in verità.......
Chi ha scritto quello striscione lo ha scritto con un intento poetico. Lo ritengo duro ma molto carino. Se l'opinione pubblica spinta dai suddetti falsi perbenisti lo ritiene un "attentato all'umanità" ........ meglio cosi'!!!!
:pffs:
Quale umanità? Sono fagiani. Catturateli fin da piccoli.
http://www.ladoppietta.it/caccia-fagiano-fucile-cartuccia.html
riposa in pace Giornalista
articolo tratto dal corriere della sera
MILANO - Da qualche tempo, nella parte bassa di questo sito, c'è un blog che non veniva più aggiornato con l'abituale puntualità: è «Dentro lo stadio», di Roberto Stracca. E, purtroppo, il post del 4 ottobre , dedicato alla tessera del tifoso, era e resterà l'ultimo post aggiunto. Roberto Stracca è morto oggi, a 40 anni, dopo una terribile malattia che ha combattuto a lungo, tra sconforto (poco) e coraggio (tantissimo).
APPASSIONATO - Per i lettori di corriere.it è il giornalista che ha cercato di raccontare il mondo ultrà, una realtà che conosceva come pochi altri in Italia, e infatti i suoi articoli resteranno fra i pochi capaci di uscire dal luogo comune e dal già noto in materia di tifo e violenza negli stadi. Per questo, nella redazione sportiva del Corriere «di carta», Roberto era oggetto di sistematiche prese in giro, perché ci si divertiva a dargli - appunto - dell'ultrà, a dire che nessuno l'aveva ancora picchiato perché era «uno di loro» e così via. E la risposta era sempre dello stesso tipo, ma ogni volta diversa: ironia fulminante e poi - immancabilmente - la difesa delle proprie ragioni, del proprio articolo e della voglia di spiegare un mondo che (Roberto ne era profondamente convinto) sarebbe stato un errore gravissimo paragonare a una qualsiasi altra forma di criminalità comune.
COMPETENTE - E in questo esempio c'è tutto Roberto Stracca: in primo luogo la competenza, infinitamente più ampia rispetto a quella sul mondo ultrà. Roberto sapeva scrivere di calcio, di pallavolo (tra i suoi mille lavori prima di approdare al Corriere c'era stato anche un incarico alla Federvolley) e di nuoto. Ma, per esempio, era bravissimo a muoversi nei corridoi della politica sportiva, per scovare prima e meglio di altri notizie di ogni tipo. Non a caso, il Coni ha subito ricordato Stracca con una nota: «Il presidente del Coni, Giovanni Petrucci, unitamente al segretario generale, Raffaele Pagnozzi, ai membri della Giunta e del Consiglio nazionale, ha inviato un messaggio di cordoglio alla famiglia ed ha espresso le sue più sentite condoglianze all'intera redazione sportiva del Corriere della Sera. Tra gli ultimi appuntamenti seguiti da Roberto Stracca il Coni ricorda la giornata della celebrazione al Quirinale per i 50 anni di Roma 1960 e i Campionati mondiali di volley dello scorso ottobre».
APERTO - Ma, pur appassionato soprattutto di competizioni e gesti tecnici, Roberto Stracca aveva saputo (in pochissimo tempo) rimodularsi come narratore di costume dello sport, della sua ultima evoluzione legata al gossip, alla moda, al divismo. Non a caso, puntuale ogni sera alle 23.30 - subito dopo la chiusura delle pagine - arrivava la sua mail che conteneva ogni giorno proposte nuove, aggiunte a quelle dei giorni precedenti che (per una ragione qualsiasi) non si erano trasformate in articoli. Roberto era anche questo, infatti: tenacissimo, quando era il caso, ma sempre con un garbo e una gentilezza non comuni, nei giornali come nel resto del mondo.
PREZIOSO - Era arrivato a Milano nel 2007. Collaborava col giornale da Roma, e - per una felice intuizione del capodesk dello Sport Daniele Dallera - aveva ottenuto un contratto a termine di un anno. Ma bastarono pochi giorni per capire che sarebbe stato necessario fare di tutto perché quel contratto si trasformasse in un'assunzione definitiva. Non fu necessario combattere più di tanto: tutto il Corriere si era accorto di quanto prezioso fosse il suo apporto. E tutto il Corriere gli fu vicino nella lunga malattia che, prima di lui, colpì il padre e che fu per lui un'esperienza resa ancor più terribile dalla lontananza, dal non poter fare più di tanto, lui figlio unico impossibilitato ad aiutare la madre nell'assistenza al marito. Ne parlava poco. Ma la sofferenza fu enorme. Poi la seconda mazzata, arrivata prima ancora di compiere 40 anni. E una consapevolezza precoce di quello che sarebbe stato il suo destino. Quanti cercavano di confortarlo non lo facevano con parole di circostanza, perché sembrava impossibile e incredibile che una cosa del genere potesse davvero succedere. Era vero, invece. Atrocemente, insopportabilmente vero.
labbrodinovisad
16-11-10, 15:07
Vero.
Tra i pochi seri ad occuparsi del mondo delle curve
riposa in pace
cassano garrone flachi enrico cassano garrone cassano cassano garrone flachi garrone garrone enrico cassano garrone cassano cassano cassano cassano bla bla bla bla bla.......
lo leggevo ogni tanto, e una volta mi ha anche fatto bene al "cuore"... ciao
grande perdita, una grande persona, che la terra ti sia lieve.
salsabeppe
17-11-10, 11:27
r.i.p.
che ti sia lieve la terra....
Notizia triste..... R.I.P.
nickzanone
17-11-10, 17:14
Ti sia lieve la terra ...
labbrodinovisad
22-11-10, 12:44
per ricordare Roberto Stracca, i suoi colleghi del Corriere della Sera hanno pubblicato , nell'inserto domenicale, l'ultimo articolo che doveva apparire sul suo blog
Lo posto qua sotto, a suo modo è una sorta di testamento, non solo dell'uomo Stracca, ma di un mondo
Un mondo che è anche il nostro mondo
«Hanno fatto un deserto e l' hanno chiamato pace». Il vecchio ultras scuote la testa.
Ne ha passate tante, ne ha viste troppe. Ha osservato la sua curva mutare volto, anticipare, spesso in negativo, i cambiamenti della società.
Ha preso atto che la delinquenza entrava liberamente nel suo mondo e si accaparrava il business del merchandising mentre i suoi amici venivano diffidati per aver urlato «mercenario» a un giocatore svogliato.
Ha conosciuto ragazzini raggirati e spinti a far propaganda politica dagli stessi che poi, indossato il doppiopetto ministeriale, al tg chiedevano leggi speciali contro di loro.
Ha captato che la tensione stava salendo strategicamente e visto una generazione-cerniera di leader riconosciuti rasa al suolo per lasciare il territorio a «cani sciolti» senza regole.
Eppure la curva aveva continuato a vivere, gli ultras a essere una realtà attiva in Italia. Ora, però, sente sulla pelle che si è a un punto di non ritorno. Che nulla sarà come prima. Nessuna bomba intelligente: per combattere la metastasi hanno deciso di spazzare via anche la parte sana.
E così una storia con tante macchie (ma anche cose belle che un giorno dovranno essere raccontate) è, forse, vicina al capolinea. Perché il problema non è solo la contestatissima «tessera del tifoso» ma la volontà di omologare, di normalizzare, di rendere meno libera l' ultima forza antagonista della società italiana.
Ha ragione lo scrittore Enrico Brizzi (in Jack Frusciante è uscito dal gruppo): «Gli ultras hanno rappresentato l' unica realtà aggregativa che è sopravvissuta negli ultimi 40 anni in Italia». Il partito è morto, l' oratorio non è che stia così bene, il movimento studentesco è ormai poco più di una barzelletta.
L' antagonismo in Italia, anche per la necessità di pacificare le piazze dopo i sanguinosi anni Settanta, ha finito per confinarsi (o essere confinato) nelle curve degli stadi che per lungo tempo sono state vere e proprie zone franche, off limits alle forze dell' ordine, extraterritoriali.
Per diventare oggi, in un contrappasso dantesco, un laboratorio di legislazione speciale.
Sia chiaro: la curva non è un mondo perfetto. Tutt' altro. Fate l' elenco di tutti i mali contemporanei e ce li troverete. A cominciare, purtroppo, dalla droga. Dalle canne fricchettone degli anni Settanta alle pasticche sintetiche degli ultimi tempi: sono tutte passate dalla curva.
Centro di affari diventato troppo grande perché la malavita ne potesse rimanere fuori.
Ma, nonostante tutto, per migliaia e migliaia di ragazzi da Nord a Sud, l' iniziazione al mondo, la palestra di vita, l' apprendimento delle norme non scritte del mondo è stato su un muretto o su una balconata. Tra un fumogeno e un coro politicamente scorretto. Mandata in pensione la naja obbligatoria, adolescenti o post adolescenti hanno imparato la gerarchia e il rispetto dei più «vecchi» prendendo l' acqua su una gradinata o soffrendo fame e sete su un treno topaia.
I soloni del calcio entertainment non si vogliono rendere conto che se gli stadi italiani non sono ancora più vuoti e deprimenti di come già appaiono non è per le loro cavolate d' iniziative promozionali. Tanti ragazzi e ragazze continuano ad andare in curva, dove la partita s' intravede più che vedersi, proprio grazie (e solo grazie) agli ultras, per voler stare insieme, per non rassegnarsi a vivere di solo Facebook, per un ideale distorto ma un ideale, per fedeltà alla tribù parafrasando il titolo del romanzo di John King.
Cosa spinge un tifoso del Torino ad andare a vedere una squadra che colleziona figure penose da anni e schiera carneadi che rispondono al nome di Di Cesare e Iunco che magari a gennaio andranno via? L' orgoglio di far parte della Maratona, una delle curve che hanno fatto la storia del tifo italiano.
Di sentirsi parte di un qualcosa di più grande e di provare a fermare il tempo, di tornare per 90' a quando lo stadio era il rito collettivo della domenica.
O, analogamente, che cosa porta, quando le tv satellitari offrono i dribbling di Messi o le finezze di Robben comodamente lì sul piccolo schermo, un tifoso della Ternana o del Verona a farsi ore e ore di viaggio per una partita di Prima divisione e per dei giocatori che a fine partita neppure li saluteranno? L' appartenenza al proprio gruppo.
Non è che bisogna esserne felici, di ciò, ma prenderne atto sì: l' ultras ha saputo continuare ad aggregare in una società liquida e sempre più disgregata. Nonostante una pubblicistica che non li aiuta, nonostante siano stati dipinti come la feccia della società e nei talk show televisivi si trovino attenuanti non generiche anche ai serial killer ma non per chi, sbagliando, ha dato un pugno in uno stadio, c' è chi continua a essere ultras, a scegliere di essere ultras, a vantarsi di essere ultras. E non sono pochi.
Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno (curato da Silvano Cacciari e Lorenzo Giudici, edito da La Casa Usher), ottimo libro in materia, ha spiegato perfettamente come la società contemporanea ha necessità del conflitto e di un nemico. E di come questo, a un certo punto in Italia, sia stato individuato nell' ultras.
E gli ultras italiani hanno avuto una colpa primaria: quella di essere usciti, metaforicamente, dallo stadio. Fin quando si sono picchiati per un rigore non dato o per uno striscione rubato, non è mai fregato niente a nessuno. Ma quando hanno cominciato a elaborare un loro pensiero, una mentalità (che non è di destra né di sinistra, anche se simbolicamente e retoricamente ha forti richiami con l' estrema destra), allora sì che hanno cominciato a dare fastidio. Quando hanno fatto gli striscioni per chiedere case per i non salariati, difendere gli operai messi in cassa integrazione, esaltare i pompieri che salvavano le vite dopo un terremoto, urlato contro la speculazione di chi vuole costruire gli stadi e chiesto giustizia per i bambini vittime di crimini efferati, hanno spaventato.
Avevano i numeri (da far invidia a tanti leader politici, generali senza truppe), consenso (persone, non solo giovanissimi, disposti a seguirli) e ribalta (il sempre maggior numero di telecamere dentro gli stadi). E hanno firmato la loro condanna. Perché in una società omologata e assopita chi non pensa che la vita sia partecipare a un reality spaventa.
Ecco, allora, la voglia se non di eliminare l' ultras, di assimilarlo. Una battaglia vinta perché dall' altra parte non c' è un movimento coeso. «I colori ci dividono, la mentalità ci unisce», ripetono gli ultras sui forum. Ma le divisioni, le rivalità, gli antagonismi non sopiti fra le curve (e all' interno delle stesse curve) li hanno resi più facilmente vulnerabili.
E i loro autogol rischiano di sentenziarne la sconfitta. Come le molotov contro il ministro Maroni che hanno finito per colpire chi appoggiava pacificamente la contestazione alla tessera del tifoso per motivi ideologici.
C' è, infatti, chi dice che lo stadio non sia che una prova. Che dopo i tornelli ai cancelli degli impianti sono arrivati quelli voluti nella pubblica amministrazione ideati dal ministro Brunetta. E che la «tessera dello studente» non sia altro che la tappa successiva della «tessera del tifoso».
Certo è che gli stadi cambieranno: si avvicineranno a un circo o un cinema, dove si vede uno spettacolo e non ci si affeziona a luoghi e cose. Sicuramente a molti piacerà. A chi ha vissuto, amato, palpitato, sbagliato sugli spalti, no. «Se avessi 15 anni oggi - confessa il vecchio ultras - non so se entrerei e vivrei una curva come l' ho vissuta io». Ed è l' unica volta che guardando la sua carta d' identità non si arrabbia e si sente fortunato
Massimo1968
22-11-10, 13:11
mi inchino a tanta saggezza......
Complimenti per l'articolo... peccato che sia stato l'ultimo... e chissà chi altro avrà il coraggio di scrivere ciò che ha scritto Roberto Stracca... questo è GIORNALISMO
Che bell'articolo....ti coglie in pieno la tristezza di pensare che sarà l'ultimo di uno che molti scribacchini impiastracarta hanno fraudolentemente chiamato collega....Roberto è morto VIVA Roberto !!! R.i.p.
e no caro Stracca, non ci sto, non mi permetti di aprire un contraddittorio scrivi ste cose e te ne vai! A
Allora nel mio piccolissimo essere Ultras cercherò di smentirti, cercherò di tornare nelle mie Gradinate nelle mie Curve e poi vediamo chi ha avuto ragione, io o Tu
e no caro Stracca, non ci sto, non mi permetti di aprire un contraddittorio scrivi ste cose e te ne vai! A
Allora nel mio piccolissimo essere Ultras cercherò di smentirti, cercherò di tornare nelle mie Gradinate nelle mie Curve e poi vediamo chi ha avuto ragione, io o Tu
bentorne' vecchio mangianebbia
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