Acquascooter
25-02-09, 19:08
Ci sono partite di calcio da riguardarsi in cassetta la sera prima di addormentarsi, altre che andrebbero riviste in piena notte, quando sei sicuro che nessuno ti possa disturbare; altre ancora andrebbero riviste qua e lÃ*, in compagnia, per poter condividere nuovamente appieno le emozioni che suscitarono in diretta; ce ne sono alcune, poi, adatte a periodi più o meno lunghi, come i momenti bui, quando non te ne va dritta una, perché sono capaci di svelarci in poco più di un’ora una Sampdoria diversa, facendoci amare o magari odiare questo o quel giocatore a seconda del periodo in cui la partita si svolse, lasciandoci dentro qualche rimpianto o forse qualche bel ricordo, capace di farci compagnia in un momento in cui tutto è giÃ* cambiato o forse sta per cambiare.
Non porterò certo un contributo nuovo alla storia della Sampdoria se dico che Porto-Sampdoria del 16 marzo 1995 contrassegna al massimo l’immagine fantastica della più grande impresa blucerchiata in Europa, ma proprio in questi giorni, dopo la sconfitta casalinga con il Metalist, mescolando ricordi tutt’altro che sbiaditi e realtÃ* che è fatta di lotta dura per mantenere inalterati certi ricordi, nei miei spostamenti attraverso la memoria, mi è capitato di rivedere quella partita quasi per caso e di guardarla con occhi diversi rispetto ad allora.
Rivedere quell’incontro sapendo giÃ* come andò a finire è come scoprire una realtÃ* diversa, un assalto tanto ragionato quanto surreale, una vittoria di quelle che non puoi proprio più dimenticare: ci si trova, minuto dopo minuto, un calcio lontanissimo da quello che viviamo oggi ogni giorno. Una partita che ci racconta molto di noi stessi, del nostro essere Sampdoria, del nostro modo di intendere l’Europa, del perché le abbiamo sempre dato così tanta importanza.
Una partita che ci racconta di una Samp rabberciata, ma mai doma, tra scontri all’arma bianca in mezzo al campo ed occasioni fallite di un soffio, di magie improvvise come il filo che lega l’azione del gol del vantaggio che andò a pareggiare la sconfitta dell’andata. Il traversone di Gianni Invernizzi, la svirgolata di testa in mezzo all’area di Aloisio (si proprio lui, ve lo ricordate il cristone che menava Vialli a Berna?), il sinistro al volo di Mancini, il volo inutile di Vitor Baia…
Ed è proprio l’epilogo di quella partita a raccontarci la grandezza delle grandi sfide europee: una Sampdoria esausta, incapace di passare la propria metÃ* del campo per tutta la durata dei tempi supplementari, senza più energie dopo il forcing dei novanta minuti per ribaltare il risultato sfavorevole dell’andata.
Il ritmo baldanzoso dei regolamentari e il trascinarsi stanchi, fisicamente a pezzi, senza più mezzo difensore vero (anche Marco Rossi si fece male e dovette uscire, fu Michele Serena a fare il battitore libero nei supplementari, perché Eriksson non si era ancora inventato Mihajlovic in quel ruolo) fu un richiamo tra incipit e chiusura della nostra storia europea. Ciclicamente ripetuti.
Una partita che, alla vigilia della trasferta in Ucraina, ci ricorda certe circolaritÃ* della nostra storia che proprio oggi mi piacerebbe che nessuno dimenticasse. Ci parla dell’importanza della condivisione fra SocietÃ* e Tifosi della tradizione europea della Sampdoria, una tradizione che non nasce dall’immaginario collettivo come in altre realtÃ*, ma dalla mappatura simbolica delle bandierine sulle cartine e di tutti i viaggi che abbiamo fatto. Tutti insieme.
Quella notte, dopo il trionfo ai rigori, fu la notte in cui vidi Enrico Mantovani più raggiante di quanto mi sia mai più capitato di vederlo, nonostante le bordate che cominciavano ad arrivare tanto a poppa quanto a prua.
Questa è la nostra Europa, signori, così è se vi pare, così deve continuare ad essere, perché un domani potrÃ* ancora essere bello per i nostri figli continuare a ricordare queste storie, a vivere queste storie, come se stessero accadendo di nuovo.
Magari, d’incanto accadranno di nuovo. Magari d’incanto accadrÃ* domani sera. Questa volta non saranno Mihajlovic e Jugovic, né Maspero, né Salsano o Lombardo a portarci avanti in Coppa, chi lo sa… Magari saranno Pondaco e Dessena, o forse Bellucci (che giÃ* allora c’era), o fors’ancora Marilungo e Mustacchio…
Chi lo sa, l’importante è che ci sia ancora una pagina d’Europa da scrivere ed allora il resto non avrÃ* davvero più importanza.
Non porterò certo un contributo nuovo alla storia della Sampdoria se dico che Porto-Sampdoria del 16 marzo 1995 contrassegna al massimo l’immagine fantastica della più grande impresa blucerchiata in Europa, ma proprio in questi giorni, dopo la sconfitta casalinga con il Metalist, mescolando ricordi tutt’altro che sbiaditi e realtÃ* che è fatta di lotta dura per mantenere inalterati certi ricordi, nei miei spostamenti attraverso la memoria, mi è capitato di rivedere quella partita quasi per caso e di guardarla con occhi diversi rispetto ad allora.
Rivedere quell’incontro sapendo giÃ* come andò a finire è come scoprire una realtÃ* diversa, un assalto tanto ragionato quanto surreale, una vittoria di quelle che non puoi proprio più dimenticare: ci si trova, minuto dopo minuto, un calcio lontanissimo da quello che viviamo oggi ogni giorno. Una partita che ci racconta molto di noi stessi, del nostro essere Sampdoria, del nostro modo di intendere l’Europa, del perché le abbiamo sempre dato così tanta importanza.
Una partita che ci racconta di una Samp rabberciata, ma mai doma, tra scontri all’arma bianca in mezzo al campo ed occasioni fallite di un soffio, di magie improvvise come il filo che lega l’azione del gol del vantaggio che andò a pareggiare la sconfitta dell’andata. Il traversone di Gianni Invernizzi, la svirgolata di testa in mezzo all’area di Aloisio (si proprio lui, ve lo ricordate il cristone che menava Vialli a Berna?), il sinistro al volo di Mancini, il volo inutile di Vitor Baia…
Ed è proprio l’epilogo di quella partita a raccontarci la grandezza delle grandi sfide europee: una Sampdoria esausta, incapace di passare la propria metÃ* del campo per tutta la durata dei tempi supplementari, senza più energie dopo il forcing dei novanta minuti per ribaltare il risultato sfavorevole dell’andata.
Il ritmo baldanzoso dei regolamentari e il trascinarsi stanchi, fisicamente a pezzi, senza più mezzo difensore vero (anche Marco Rossi si fece male e dovette uscire, fu Michele Serena a fare il battitore libero nei supplementari, perché Eriksson non si era ancora inventato Mihajlovic in quel ruolo) fu un richiamo tra incipit e chiusura della nostra storia europea. Ciclicamente ripetuti.
Una partita che, alla vigilia della trasferta in Ucraina, ci ricorda certe circolaritÃ* della nostra storia che proprio oggi mi piacerebbe che nessuno dimenticasse. Ci parla dell’importanza della condivisione fra SocietÃ* e Tifosi della tradizione europea della Sampdoria, una tradizione che non nasce dall’immaginario collettivo come in altre realtÃ*, ma dalla mappatura simbolica delle bandierine sulle cartine e di tutti i viaggi che abbiamo fatto. Tutti insieme.
Quella notte, dopo il trionfo ai rigori, fu la notte in cui vidi Enrico Mantovani più raggiante di quanto mi sia mai più capitato di vederlo, nonostante le bordate che cominciavano ad arrivare tanto a poppa quanto a prua.
Questa è la nostra Europa, signori, così è se vi pare, così deve continuare ad essere, perché un domani potrÃ* ancora essere bello per i nostri figli continuare a ricordare queste storie, a vivere queste storie, come se stessero accadendo di nuovo.
Magari, d’incanto accadranno di nuovo. Magari d’incanto accadrÃ* domani sera. Questa volta non saranno Mihajlovic e Jugovic, né Maspero, né Salsano o Lombardo a portarci avanti in Coppa, chi lo sa… Magari saranno Pondaco e Dessena, o forse Bellucci (che giÃ* allora c’era), o fors’ancora Marilungo e Mustacchio…
Chi lo sa, l’importante è che ci sia ancora una pagina d’Europa da scrivere ed allora il resto non avrÃ* davvero più importanza.